Come risolvere i problemi legati ai cambiamenti climatici?

Come combattere i cambiamenti climatici con la geoingegneriaLunghi periodi di siccità seguiti da alluvioni, chicchi di grandine grandi come palle da tennis, uragani e trombe d’aria devastanti: la frequenza di questi eventi estremi sta mettendo a serio rischio la biodiversità di piante e animali, portando alla riduzione dei raccolti agricoli e all’aumento del divario tra ricchi e poveri. «Il pianeta sta cambiando a una velocità superiore a quella prevista nei modelli climatici», afferma Daniel Schrag, professore di Scienze planetarie alla Harvard University e consulente del presidente Obama per le questioni ambientali.

«Negli ultimi dieci anni, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata di quasi due parti per milione all’anno. Entro la fine del secolo, sarà pari al doppio dei livelli preindustriali». Schrag appartiene a quel gruppo di scienziati che studiano come intervenire per mitigare il cambiamento climatico di origine antropica. Secondo loro, gran parte del carbonio che stiamo immettendo nell’atmosfera con la combustione di combustibili fossili vi rimarrà per migliaia di anni. Il paleoclimatologo dell’Oregon State University Peter Clark dice: «Ridurre le emissioni non basta.

Per risparmiare alle future generazioni i peggiori impatti dei cambiamenti climatici si deve azzerarle». Questa scioccante valutazione ha convinto alcuni scienziati a cambiare la loro posizione su come opporsi al cambiamento climatico, inducendoli a sollecitare i governi perché inizino a finanziare le ricerche di geo-ingegneria, cioè soluzioni tecnologiche da adottare su scala planetaria. Le idee sono molte, anche se non è chiaro come sia possibile realizzarle e se siano davvero efficaci. Senza contare che i loro effetti collaterali potrebbero risultare addirittura dannosi per l’ambiente e la salute umana.

Nuvole riflettenti

Per contrastare l’effetto serra Rob Wood, docente di scienze dell’atmosfera all’Università di Washington, suggerisce di schierare una flotta di navi attrezzate per “sparare” sugli oceani raffiche di soluzioni saline fino a 5 chilometri di altezza. Ciò favorirebbe la formazione di nuclei di condensazione capaci di creare nuove nuvole ad alto potere riflettente. Secondo i ricercatori dell’Università di Harvard, lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto spruzzando nell’atmosfera due. tipi di nanoparticelle solide: quelle di ossido di alluminio e quelle fatte con diamanti sintetici, più efficaci del 50 per cento. Oggi, però, la polvere di diamante sintetico costa circa 100 dollari al chilo. È evidente come per raffreddare l’intero pianeta si dovrebbe fronteggiare una spesa dell’ordine di miliardi di dollari ogni anno.

Parasole spaziali

Secondo alcuni scienziati, il modo più drastico per contrastare l’effetto serra consisterebbe nel rispedire verso lo spazio parte dei raggi solari. In proposito, i ricercatori del Max Planck Institute for Meteorology di Hamburg, Germania, stanno elaborando vari modelli climatici sugli effetti della deviazione della luce solare mediante batterie di grandi specchi da installare.
PALETTE CHIMICHE

Dislocate in vari punti del pianeta, in particolare nelle zone più aride, saranno in grado di catturare le emissioni di CO2, molto più efficacemente degli alberi veri in orbita intorno alla Terra. Seppure motto efficace, questo sistema avrebbe costi altissimi rispetto alla pura e semplice riduzione delle emissioni di anidride carbonica e pesanti conseguenze meteorologiche. L’impiego degli specchi provocherebbe un riscaldamento dei poli, mentre vasti territori delle Americhe e dell’Eurasia riceverebbero dal 10 al 20 per cento in meno di precipitazioni.

Alberi succhia-carbonio

Tre le innovazioni tecnologiche a minor impatto ambientale spicca una proposta della Royal Society, che punta a potenziare il lasioro già efficacemente svolto dagli elementi naturali. L’idea, che ha del fantascientifico, consiste nella creazione di foreste di alberi artificiali in grado di “succhiare” anidride carbonica dall’atmosfera in percentuali molto più alte degli alberi naturali. Queste macchine, che somigliano a giganteschi scaccia-mosche, sono formati da pannelli delle dimensioni di una decina di metri quadrati, ricchi di idrossido di sodio.

Quando l’anidride carbonica entra in contatto con questo elemento, la reazione chimica produce una soluzione liquida cli carbonato di sodio. Il suo smaltimento comporta però non poche difficoltà e l’idea di seppellire questa sostanza in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Il vero problema, legato alla produzione su larga scala degli alberi sintetici, è però quello della spesa. Secondo uno studio dell’Università del Colorado, considerando un costo minimo per albero di 20mila dollari, solo per assorbire l’anidride carbonica emessa dalle auto americane sarebbe necessario investire ben 48 miliardi di dollari in foreste artificiali.

La cura del ferro

La chiamano “fertilizzazione degli oceani” e consiste nell’introdurre negli strati d’acqua più superficiali sostanze chimiche come solfato di ferro o idrossido di calcio. Lo scopo è stimolare la proliferazione del fitoplancton, la comunità di microscopici organismi vegetali marini che catturano il carbonio per mezzo della fotosintesi. Coloro che sono a favore cli questa teoria sostengono che l’aumento del fitoplancton negli oceani sarebbe in grado di assorbire fra il 30 e il 50 per cento delle emissioni di anidride carbonica prodotte oggi. Secondo l’oceanografo americano John Martin, uno degli scienziati che per primo aveva formulato questa ipotesi nel 1991, basterebbe mezza petroliera carica di ferro per produrre una nuova era glaciale. A lasciare perplessi sono le possibili controindicazioni, come un’anomala fioritura delle alghe, che assorbirebbero gran parte dell’ossigeno dell’acqua soffocando le forme di vita in vaste aree.
Aerosol di zolfo in atmosfera Davici Keith, un ingegnere dell’università di Harvard fra i più convinti sostenitori delle tecniche di ingegneria climatica, propone di arrestare l’effetto serra non riducendo i gas che lo producono, ma contrastandoli con altri gas che producano l’effetto opposto, creando cioè uno schermo artificiale di nuvole per ridurre la radiazione solare. Questa tesi è stata ispirata dall’eruzione nelle Filippine del vulcano Pinatubo, che nel 1991 proiettò nell’atmosfera oltre 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa.

Questa sostanza fece diminuire lo strato di ozono e abbassare la temperatura media terrestre di circa 0,5°C nei due anni a seguire, con un picco di 1,5°C nei mesi successivi all’eruzione. Lo zolfo, reagendo con l’ossigeno dell’aria, aveva creato un vero e proprio schermo di aerosol, capace di riflettere e assorbire le radiazioni solari, diminuendone la quantità che raggiungeva il suolo. Keith pensa di replicare questo effetto con una flotta Gli velivoli che irrorino minuscole gocce di anidride solforosa nella stratosfera dove, combinandosi con il vapore acqueo, formeranno particelle di solfato capaci di deflettere la luce solare. L’investitore miliardario Nathan Myhrvold, ex responsabile per la tecnologia di Microsoft, propone invece di sfruttare le emissioni di anidride solforosa di alcune centrali elettriche spingendone i fumi fino alla stratosfera con una “ciminiera flessibile”, alta 25 chilometri, sostenuta da palloni gonfiati con aria calda.

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