Gli effetti del dissesto idrogeologico

L’Italia viene chiamata il Bel Paese: merito della sua varietà geografica, dell’alternarsi di paesaggi immersi nel tempo, dei tanti piccoli borghi dal sapore medievale, per il Rinascimento e la diversità del paesaggio tanto sul mare, quanto in montagna, per non dire delle colline con i vigneti e i frutteti. Ma i dissesti del territorio sono dietro l’angolo. In Italia l’abbattimento dei boschi e delle aree boschive è proceduto senza sosta, nella maniera più sconsiderata. La speculazione del cemento non ha risparmiato nessuno. I pochi però sono stati abbattuti fin dai tempi remoti perché erano la prima fonte di energia, grazie al legno necessario per fondere i metalli, ottenere legna per il riscaldamento e la costruzione di navi, fabbricare le flotte delle repubbliche marinare fino all’avvento della navigazione a vapore e dell’impiego dei metalli nella navigazione. La sola repubblica di Venezia, la Serenissima, aveva requisito intere regioni per approvvigionarsi di legna. Ma in Europa era successa la stessa cosa con la scoperta dell’America: disboscamento continuo per costruire naviglio e alimentare i forni, che ha inciso sulla debolezza della Spagna – per esempio – nei secoli in cui ormai si era andati verso il carbon fossile.

Negli ultimi secoli, la situazione piuttosto che migliorare è peggiorata. Il taglio dei boschi ah permesso ai proprietari di vasti appezzamenti di terreno, non solo di ricavare denaro dalla vendita di legname, ma anche di recuperar ettari da destinare alla coltivazione intensiva, su migliaia di ettari di terreno.

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso si è assistito al disboscamento delle zone costiere, per costruire edifici e residence per le vacanze, i grandi complessi turistici sorti al posto di pinete che solo negli ultimi decenni del ‘900 hanno ricevuto adeguata tutela. Gli alberi però giocano un ruolo essenziale nell’equilibrio dei vari ecosistemi e nel comportamento del terreno. Il dissesto idrogeologico spesso nasce dalla perdita degli stessi: essi consolidano, grazie alle loro radici, i terreni di natura argillosa, più propensi a cedere e franare. Inoltre, le foglie morte che si accumulano insieme allo strame durante la stagione fredda, tendono ad assorbire l’acqua piovana, facendola scivolare docilmente verso valle. L’aumento delle alluvioni e delle frane, che in Italia provocano danni alle persone (quando non autentiche tragedie) e ingenti danni materiali, non è dunque causale. Dietro c’è spesso l’incuria dell’uomo, che manomette il territorio al di fuori di qualsiasi logica, se non quella di guadagnare ora e subito senza preoccuparsi minimamente del futuro.

Le frane sono un distacco o una caduta di massa rocciosa o terrosa da versanti montuosi. I pendii più ripidi, per il solo effetto della forza di gravità, tendono a scivolare verso il basso. Una frana è in grado di modificare per sempre il territorio, travolgendo costruzioni, paesi interi, creando sbarramenti e laghi (come quello di Alleghe in Veneto), spesso facendo vittime che poi non attribuiamo alla mano dell’uomo. Le alluvioni si formano a causa della fuoriuscita di un fiume dal suo alveo naturale, con conseguente inondazione del terreno circostante. Nell’antichità i fiumi che esondavano al di fuori degli argini naturali spesso erano occasione per ottenere nuovo terreno da coltivare, classico il richiamo al Nilo, ma in Italia torrenti e fiumi impetuosi spesso esondano perché i fondali non sono stati ripuliti o si è costruito male intorno, creando i presupposti per diverse tragedie, in regioni come la Campania, la Toscana, l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Liguria, la Sicilia e la Sardegna.

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