La moltiplicazione naturale delle piante

la moltiplicazione delle piante per semeLe piante hanno due modi generali di moltiplicazione, cioè per seme e per gemma. Alcune si riproducono spontaneamente con ambedue questi modi; altre si riproducono soltanto per mezzo del seme e sono state finora assolutamente ribelli a qualunque altro modo di moltiplicazione. Nelle culture ambedue i modi sono preziosi. La moltiplicazione per seme ci dà piante più belle, più vigorose e più longeve e ci offre la maniera di avere nuove varietà. Con l’altro modo si ha una propagazione più rapida ed anche spesso più certa e ci assicura l’esatta riproduzione di quelle razze e varietà, che per esperienza abbiamo riconosciute le migliori. Inoltre, in giardinaggio con la moltiplicazione per gemma si ha il vantaggio di riprodurre piante che per varie ragioni non portano semi. I semi ci danno la moltiplicazione per seme; le talee, le margotte, la divisione, l’innesto ci danno la moltiplicazione per gemma.

La moltiplicazione delle piante per seme

Si chiama comunemente moltiplicazione naturale quella fatta con i semi, perché è il mezzo usata per quasi tutte le piante della natura. Il seme contiene in sé una pianta già organizzata, ma in forma ridottissima, quasi in miniatura, circondata da membrane molli e coriacee, qualche volta coperte da un nocciolo legnoso e duro, che serve a proteggerla, per uno spazio di tempo assai variabile, contro le alterazioni, che possono essere prodotte dagli animali o dall’aria. Se la pianticella esiste nel seme, se essa non viene guastata, ponendo il seme in condizioni favorevoli di calore e di umidità, essa esce dal seme e si dice allora che questo germoglia. Cosicché, se si vuole che un seme germogli, oltre le condizioni di calore e umidità, bisogna che sia perfetto e maturo, cioè che contenga perfetta la pianticella, ossia l’embrione, e che sia raccolto quando ha raggiunto la sua completa maturazione.

Perché una pianta possa portare il seme perfetto bisogna che avvenga nel fiore la fecondazione. Il fiore, in condizioni normali, è formato da quattro ranghi o verticilli di organi, aventi posizione e forma differenti.  Il verticillo più esterno è il calice, composto di sepali d’ordinario verdi, tutti liberi o saldati insieme in un solo pezzo, oppure alcuni saldati e alcuni liberi; il secondo verticillo consta della corolla, in genere colorata e costituente la parte più bella del fiore, formata di petali o tepali, anch’essi, come i sepali, liberi o in vario modo saldati. Dopo la corolla, nel centro del fiore, si trovano dei filamenti più o meno lunghi, chiamati stami e proprio nel mezzo del fiore si trova un filamento detto stilo, che è la prolungazione dell’ovario. Gli stampi sono liberi o saldati insieme oppure uniti alla corolla e allo stilo; portano alla loro estremità superiore delle appendici o rigonfiamenti, qualche volta articolari sul filamento, che si dicono antere; in certi fiori mancano i filamenti e le antere e si dicono sessili. Dentro le antere si trova la polvere fecondatrice, cioè il polline. Lo stilo o gli stili, perché possono essere più di uno, è rigonfiato in vario modo all’estremità e in quel punto prende il nome di stimma; qualche volta manca lo stilo e lo stimma è attaccato all’ovario e si dice allora che è sessile. Le parti essenziali del fiore sono gli stami e il pistillo, dette rispettivamente androceo o gineceo. Quando è il momento opportuno le antere si aprono e il polline è in vario modo portato allo stimma e comincia l’atto della fecondazione.

Perché siano fecondati gli ovuli, che stanno nell’ovario e che diventano poi semi, occorrono tre condizioni: 

  1. che si formi il polline;
  2. che sia perfetto;
  3. che possa essere messo in contatto con lo stimma. In molti casi le piante coltivate rimangono sterili per mancanza o imperfezione di una delle condizioni , sia perché il polline non si forma, sia perché anche formato, a causa dell’ambiente, non arriva alla perfezione o si guasta, sia finalmente perché, per la conformazione dei fiori, per la natura del polline e per la mancanza di agenti naturali fecondatori, il polline stesso non è messo in contatto con lo stimma.

I casi di sterilità sono poco frequenti nei fiori ove si trova riunito l’androceo e il gineceo, perché la vicinanza di questi organi rende facile il contatto del polline con lo stimma; si osserva di più in questi fiori che la disposizione degli organi, la relazione di lunghezza dei filamenti fra loro servono ad agevolare sempre il contatto. Vi concorrono poi il colore del calice e della corolla, l’odore, ora grato, ora nauseante, l’ora dello sbocciare, la forma della corolla, ecc., perché tutto ciò serve ad attirare gli insetti, principali agenti della fecondazione. Sono, invece, più frequenti i casi di sterilità nelle piante monoiche, quelle cioè che hanno l’androceo e il gineceo in fiori distinti sempre dalla medesima pianta e più frequenti ancora nelle dioniche in cui i fiori sono portati da due piante. Però la natura ha largamente provveduto ad evitare o diminuire la sterilità con il dotare queste piante di polline abbondantissimo, diviso in polvere finissima, secca e leggera, che può essere facilmente trasportata, anche lontano, dal vento, altro agente fecondatore. E’ cosa essenziale il raccogliere i semi quando sono maturi e questa maturazione si può facilmente riconoscere da certi caratteri speciali. Nei frutti secchi deiscenti, cioè che si aprono naturalmente, la maturazione è data dal principiare della deiscenza; in quelli secchi indeiscenti, quando si staccano da sé o possiamo facilmente distaccarli dalla pinta. La maturazione nei frutti carnosi si conosce dal cambiamento di colore della buccia, dalla morbidezza della polpa e spesso dall’odore particolare che esala. La bontà dei semi si conosce bene con il microscopio, ma praticamente è più difficile in generale quelli imperfetti hanno colorito più chiaro, sono grinzosi e talvolta anche deformati. Può servire di regola, però non sempre assolutamente sicura, il metterli nell’acqua e ritenere per cattivi quelli che restano a galla anche dopo qualche tempo.

La durata della facoltà germinativa non è uguale in tutti i semi, né possono darsi delle norme sicure per determinarla. Solo in pratica impariamo che alcuni semi bevono essere seminati subito dopo la raccolta altri restano atti alla germinazione per pochi mesi, mentre molti si conservano per vari anni. In modo generale si può dire che la vitalità dei semi, nella maggior parte dei casi, è in ragione della loro resistenza all’azione chimica e fisica dell’ambiente ove sono tenuti.   Tutti i semi, dei quali non si fa la semente subito dopo la raccolta, si puliscono con piccoli vagli da tutte le materie estranee e si tengono per qualche tempo esposti all’aria perché si asciughino bene.  Quindi si mettono in sacchetti di carta o in barattoli di vetro aperti, serbandoli in una stanza non umida e di media temperatura tanto in estate che d’inverno. L’epoca della sementa s’impara per pratica o in seguito alle indicazioni date dai libri o cataloghi orticoli; essa è variabile e relativa alla natura e alla  durata della vita delle piante. Le annuali si seminano alla fine dell’inverno e sul principio della primavera; le biennali e le vivaci si seminano generalmente dalla metà di agosto alla metà di novembre: quelle da stufa e da tepidario si possono seminare in tutto l’anno. Si fanno le sementi in vaso e in piena terra; la semente in vaso è più propria delle piante delicate o da ornamento, malgrado che si adotti anche per alcune piante ortensi. Quelle in piena terra si fa per le piante ornamentali più rustiche, per i vivai delle piante fruttifere e per la massima parte degli ortaggi.

I modi di seminare in piena terra sono diversi, cioè a solchi, a buche e nelle aiuole a spaglio. A quest’ultimo modo, che consiste nello spargere i semi senza alcuna regolarità sopra tutta la superficie di terreno da seminarsi, corrisponde la sementa in vaso, perché per pochi semi si pratica una sementa regolare nei vasi. La sementa a spaglio non è una delle più facili a farsi bene e ci vuole molta pratica. Infatti si tratta di ripartire uniformemente i semi sul terreno in modo che la sementa non sia troppo densa in un punto piuttosto che in un altro e anche se la quantità ben ripartita, bisogna che i semi non siano tra loro troppo fitti o troppo radi. Per rendere più facile l’operazione si usa mescolare i semi, specialmente quelli fini e leggeri, che aumentando volume e peso, si distribuisce meglio sul terreno, e di più il suo colore diverso da quello del terreno, fa sì che non si  semina due volte sullo stesso punto o non si lasciano degli spazi vuoti. Per la cosiddetta sementa in vaso non importa aver sempre dei vasi veri, ma spesso per economia, bastano anche altri recipienti, che compiono l’ufficio di vasi, come sarebbero recipienti domestici, cassette di legno, ecc. purché tutti abbiano  uno o più fori nel fondo per lo sgorgo dell’acqua.

Fra i vari vasi si preferiscono per le sementi quelli più larghi e meno alti degli usuali adoperati per le piante adulte e facilmente si capisce il perché. Si cerca di avere in ogni caso la maggiore superficie seminabile e non vi è bisogno di altezza perché le piantine nate dal seme si levano dal vaso di sementa avanti che abbiano approfondite molto le radici nel terreno. Ci sono dei vasi di terracotta, speciali per questo uso, larghi e bassi che si chiamano comunemente catini.

La qualità della terra per i semi può variare secondo la natura e le esigenze dei semi stessi; però in generale la terra deve essere leggerissima e soffice in modo che sia permeabile all’acqua, che la radichetta della nuova pianticella trovi facilità nello svilupparsi e che non si formi alla superficie una crosta, solita a formarsi nelle terre più compatte, la quale crosta è spesso d’ostacolo all’uscita del fusticino fuori dal terreno. Si deve constatare come i più, specialmente i poco pratici, sotterrano troppo i semi che marciscono spesso prima di aver potuto rompere e attraversare lo strato di terra che li ricopre. Spesso gli orticultori ricevono ingiustamente dai loro clienti dei reclami sulla qualità dei semi, che non nascono per la ragione di averli troppo interrati.

Un’altra causa di cattiva riuscita nelle semente, e che porta a continue lamentazioni da parte di dilettanti di orticultura, è la troppo umidità che si dà ai semi. E’ vero che l’umidità è uno dei principali agenti per il germogliamento ed è vero pure che il terreno, ove sono i semi, deve essere mantenuto sempre umido, ma in generale si esagera nelle annaffiature, tanto che i semi e in quelli dei fiori più degli altri, marciscono prestissimo. Nemici dei semi nel terreno sono alcuni animali e quindi bisogna premunirsi in vario modo onde sottrarli ai loro danni. E’ un vaso poco costoso ma si può usare solo nei casi di piante rare e molto delicate.

La semente a solchi consiste nel tracciare sul terreno delle piccole fossette longitudinali, più o meno larghe e profonde, secondo la natura dei semi che vi vengono depositati regolarmente o irregolari, ove si mettono i semi. Nelle aiuole tanto degli orti che dei giardini i semi si gettano con le stesse cure della semente nei vasi. Per tutti questi modi di seminare giovano gli stessi avvertimenti dati per la semente in vaso circa l’interramento dei semi e l’annaffiatura. Trattandosi di seminare spesso in terra comune, se questa è un po’ grossa si riempiranno i solchi e le buche con terra trita, e nelle aiuole si triturerà bene avanti la terra e qualche volta si aggiungerà del terriccio o sabbia per renderla più leggera. I semi di alcuni alberi sono racchiusi in un involucro duro e osseo e germogliano con grande lentezza come il pesco, le rose, il nespolo ecc. Per tutti questi semi si fa una specie di sementa provvisoria, chiamata stratificazione e consiste nel disporre alla fine dell’autunno in piena terra in un luogo esposto a sud, oppure in vasi, cassette, panieri e anche in questi recipienti sotterranei a sud o conservati in cantina i semi a strati alternati con terriccio o sabbia.   

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