Le donne che hanno portato l’uomo sulla Luna

Le donne che aiutarono gli uomini a raggiungere la LunaPochi sanno che la corsa allo spazio americana ha avuto protagonisti segreti: figure femminili praticamente sconosciute perché la Nasa non amava farne parola. Essendo donne e per giunta afroamericane, dovevano lavorare nell’ombra: gli Usa degli anni Cinquanta erano misogini e razzisti e non aiutava che l’ente di ricerca aerospaziale avesse le sue principali sedi nel Sud, dilaniato dalla battaglia per i diritti civili.

Le donne in questione sono tre brillanti matematiche: Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Alla prima era stato assegnato il compito di calcolare le traiettorie di volo delle capsule spaziali; alla seconda la programmazione e i linguaggi dei primi computer installati alla Naca, l’ente federale dal quale nel 1958 sarebbe poi nata la Nasa; la terza, specializzata in ingegneria spaziale, si divideva invece fra i computer i test di volo delle capsule spaziali condotti nelle gallerie del vento. La storia di queste tre donne è raccontata in un film di prossima uscita, 11 diritto di contare, diretto da Theodore Melfi e basato sul libro Hidden Figures: The story of the African american women who helped win the space rate della scrittrice Margot Lee Shetterly.

Il meglio delle università “nere”

Quelle scienziate rappresentavano i migliori laureati usciti dalle università per neri di tutto il Paese e furono assunte al Langley Research Center di Hampton, in Virginia, sia a causa della carenza di personale maschile dovuta alla Seconda guerra mondiale sia per la smania febbrile di compiere ogni sforzo possibile per raggiungere e superare i sovietici. Pur svolgendo gli stessi compiti dei colleghi bianchi, però, le tre donne lavoravano in uffici separati e subivano tutte le discriminazioni imposte dalle leggi allora vigenti in Virginia: dai tavoli riservati in mensa fino all’impossibilità di ottenere promozioni. Persino per andare in bagno dovevano percorrere un lungo tragitto perché era proibito alle persone di colore usufruire di quelli dell’ufficio.

Eppure, si deve anche a queste donne che vivevano in un mondo segregato, misogino e apertamente razzista se alla fine gli americani riuscirono non solo a mandare nello spazio più uomini dei sovietici, ma addirittura a mettere piede sulla Luna. Furono i loro calcoli matematici che resero possibile il successo del progetto Montry, il primo programma statunitense a prevedere missioni spaziali con equipaggio umano, cancellando l’umiliazione dell’exploit sovietico rappresentato dalle imprese dello Sputnik e di Juri Gagarin. In un’epoca in cui l’Ibm forniva i suoi primi super-computer alla Nasa, oggetti che pochi sapevano maneggiare, molti calcoli venivano ancora fatti da menti super allenate. Come racconta Katherine Johnson, «eravamo un gruppo di donne che svolgevano tutto il giorno complessi calcoli matematici, una specie di computer in gonnella».

A lei, in particolare, si devono i calcoli delle finestre di lancio per tutte le missioni e della traiettoria di volo della capsula Freedont 7 con a bordo Alan Shepard, il primo americano nello spazio nel 1961. La sua reputazione per l’estrema precisione fece sì che nel 1962, quando la Nasa decise per la prima volta di utilizzare i computer per il calcolo dell’orbita intorno alla Terra di John Glenn, i funzionari la convocassero d’urgenza: l’astronauta, infatti, si era rifiutato di volare a meno che Eatherine non verificasse l’esattezza dei calcoli del computer. Diventata ormai un’autorità matematica indiscutibile, non ci furono dubbi quando si trattò di scegliere la persona addetta a calcolare la traiettoria dell’Apollo 11, che avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna, nel 1969. Tutto, naturalmente, funzionò alla perfezione.

Roba giusta, sesso sbagliato

La storia al femminile della Nasa ha un altro precedente poco conosciuto: quello di un gruppo di giovani donne che alla fine degli anni Cinquanta sognavano di volare nello spazio. Right stuff, wrong sex, “roba giusta, sesso sbagliato”: così possono essere definite Geraidyn “Jerrie” Cobb, Jacqueline Cochra, Bea Steadman, Jerri Truhill, Rhea Woltrnan. Tutte provette pilote di aerei civili, si sottoposero al Women in Space Program, un training sovvenzionato da finanziatori privati che aveva lo scopo di verificare l’idoneità del sesso femminile alla vita fuori dall’atmosfera. Molte delle candidate superarono brillantemente le medesime prove previste dal programma Mercury della Nasa per gli astronauti uomini, ottenendo punteggi mai realizzati prima da alcun collega maschio.

Ma queste detentrici di record mondiali di quota e di resistenza, che gareggiavano regolarmente in pericolose e avvincenti gare aeronautiche ironicamente definite dai colleghi uomini “Derby del piumino di cipria”, furono scartate dalla Nasa. La ragione? La scarsa considerazione da parte di funzionari che ancora consideravano le donne un pericolo al volante, figurarsi alla guida di una navicella spaziale. Esse, però, scossero l’opinione pubblica, addirittura con un processo sulla presunta discriminazione nella selezione del personale all’interno della Nasa, preparando la strada alle future donne astronaute americane.

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