
Altri rischi sono quelli derivanti dall’utilizzo di sostanze nocive usate nella tintura e nei trattamenti protettivi cui vengono sottoposti tessuti e capi d’abbigliamento. Questo però è un problema che riguarda anche le fibre naturali. Secondo Icea, l’Istituto di certificazione etica e ambientale che garantisce anche il bio-tessile, sul cotone convenzionale viene versato il 25% degli insetticidi impiegati nel mondo. Non solo. Il cotone Ogm rappresenta oggi il 35% delle coltivazioni di cotone mondiali, mentre, nelle fasi di lavorazione industriale, vengono impiegate sostanze chimiche che possono rappresentare seri rischi per l’ambiente e la salute dei lavoratori, oltre a causare disturbi sulla salute di chi indossa i capi così prodotti, come sempre più frequenti dermatiti allergiche da contatto. In generale, secondo molti dermatologi, sono in aumento i fenomeni di allergia e di intolleranza da contatto con i tessuti. Dalla produzione del filo alla composizione dei materiali, intervengono trattamenti con coloranti, appretti, conservanti, prodotti antitarme che possono causare problemi alla salute.
Un’alternativa è dunque il cotone biologico ed etico.
H&M, il colosso svedese della moda a piccoli prezzi, ha lanciato nel 2007 una linea di abbigliamento in bio-cotone, coltivato senza l'uso di pesticidi nocivi né fertilizzanti sintetici. L’obiettivo della multinazionale è anche quello di incoraggiare i coltivatori di cotone a convertire le loro produzioni in coltivazioni biologiche. H&M ha continuato ad aumentare la produzione in cotone biologico e ora l’obiettivo è arrivare ad una produzione del 50%. Ma nella collezione ci sono anche vestiti ottenuti da poliestere riciclato da bottiglie in Pet, da residuati tessili di lana o di cotone riciclato.
Ha scelto il cotone biologico anche la fashion designer Sheila Salvato per la borse e presto anche per le magliette della sua linea Petite Mademoiselle, una collezione di abbigliamento e accessori per ragazze incentrata su stampe dai disegni semplici e romantici.
Tra le fibre più utilizzate da chi ama l’abbigliamento naturale c’è anche la canapa, coltura ecologica che non richiede pesticidi o erbicidi e rende fertili i terreni. Tessuto che sembrava ormai estinto, la sua reintroduzione è fortemente voluto dal Consorzio CanapaItalia di Ferrara. Proprio il Ferrarese in passato era l'area di maggiore e migliore produzione di canapa in Italia, con ben 35mila ettari di terreno dedicati a questa coltura. Con la canapa si possono confezionare jeans, maglie, camice, scarpe, borse e accessori. Ad esempio quelli prodotti dalla modenese Simint (una delle aziende di CanapaItalia) per la Armani Jeans.
Canapa, lino e cotone organico sono alcuni dei materiali utilizzati dal Raggio Verde, realtà di Rubiera specializzata in prodotti ecologici per la scuola la casa e l’ufficio, ricavati da materie prime naturali e dal riutilizzo di materiali di alta qualità, con un occhio anche al design, sempre originale e ricercato. I prodotti tessili del Raggio Verde sono garantiti dal marchio Organic Fibre Made in Italy with Love e comprendono ad esempio l’ecobavaglino in cotone organico o in spugna di canapa, le ecomaglie in canapa stampata contenute in shopper di fibra naturale e quelle in cotone organico personalizzabili con serigrafie ecologiche. Anche le confezioni sono sostenibili, come le scatole realizzate in cartone riciclato.
Vestire sostenibile non significa solo avere a cuore l’ambiente ma pensare anche ai diritti dei lavoratori che hanno prodotto quei capi, assicurandosi che siano stati pagati in modo equo per il loro lavoro e che non sia stato sfruttato il lavoro minorile, specialmente quando la produzione avviene dei paesi in via di sviluppo, dove è disponibile manodopera a basso costo. Per questo Coop ha lanciato una linea tessile equo.solidale: si chiama “Solidal Coop” ed è costituita da diversi articoli d’abbigliamento provenienti dal Sud del mondo: polo, T-shirt, jeans, camicie, tutti realizzati secondo le regole che caratterizzano il Fair Trade. Le polo arrivano dall’India Centrale e sono al centro del progetto bioRe, che garantisce alle industrie tessili locali e ai piccoli coltivatori di cotone della filiera produttiva, condizioni di lavoro dignitose e contratti poliennali. Le coltivazioni di cotone si basano sui metodi dell’agricoltura biologica e i contadini dopo cinque anni possono diventare azionisti della società che acquista il cotone. Per ogni capo, Coop versa un contributo aggiuntivo del 2% sul prezzo, quota che serve ad alimentare il fondo sociale per la comunità dove viene confezionato, destinato a una scuola per la formazione professionale, infrastrutture di servizi, pozzi, impianti per irrigazione; centri di assistenza sanitaria. I pantaloni sono prodotti in cotone Fairtrade che proviene dalle cooperative agricole dell’Africa occidentale (Cameroun, Sénégal, Mali e Burkina Faso).
Per saperne di più sul cotone biologico certificato Fairtrade, marchio di garanzia del commercio equo e solidale, sul canale You Tube di Ermes Ambiente sono a disposizione tre video (Fairtrade People 2009) che raccontano come nascono i prodotti equo-solidali, quali sono i progetti alla base della loro produzione neI paesi in via di sviluppo e le iniziative sostenute dal commercio Fairtrade, attraverso le storie dei protagonisti. Uno dei tre documentari è dedicato proprio alla produzione del cotone biologico in Burkina Faso, uno dei paesi più poveri dell’Africa, dove le coltivazioni di questa fibra rappresentano di frequente l’unica forma di sostentamento. Qui sempre più spesso i produttori locali decidono di unirsi in cooperative per coltivare cotone senza l’uso di pesticidi né fertilizzanti. Il circuito Faitrade assicura loro non solo di essere pagati il giusto prezzo ma anche il finanziamento di progetti sociali nei villaggi, nel campo dell’istruzione, dello sviluppo sostenibile e per la realizzazione di infrastrutture.
Riuso e riciclo, ancora una volta sono le parole magiche, contro lo spreco, il consumismo sfrenato. Attività, però, che stimolano la nascita delle idee più originali. Pietra Pistoletto, fashion designer, crea gonne e top con i calzettoni usati, borse con i pantaloni di seconda mano, e ha addirittura trasformato in quadro i rimasugli dei fili usati per cucire una serie di indumenti. Il suo principio è “non si butta via niente”. Perfino i gioielli sono ricavati dai rocchetti delle tende e dal ciarpame che le aziende buttano. Le sue creazioni sono opere che finiscono in mostra anche in Giappone.
Ormai celebri sono invece le borse sportive Freitag, ricavate da teloni di autocarri, cinture di sicurezza delle automobili e camere d’aria delle biciclette. In meno di un anno l’azienda di Zurigo nata nel 1993, trasforma oltre 100 tonnellate di teloni in borse. Il risultato è un accessorio funzionale, impermeabile e resistente, ideale per spostarsi in bici e mantenere all’asciutto il contenuto, anche sotto la pioggia.
Una buona abitudine è quella di consegnare ad esempio alla Caritas gli abiti che non si usano più. Oppure alle aziende di abbigliamento stesse. È stata la Patagonia, azienda americana che produce abbigliamento per la montagna, la prima a permettere ai clienti di lasciare nei suoi negozi al dettaglio i capi usati, al fine di riciclare il materiale per produrre nuovi indumenti. Anche alcuni marchi svedesi di vestiti per bambini, rilanciano ora la moda del riciclo e dello scambio. La Polarn Och Pyret tre anni fa ha deciso di permettere ai loro clienti di usare il proprio sito internet per rivendere gratuitamente gli abiti usati. La Boomerang offrirà un servizio di riciclo abiti usati, e chi porta i propri abiti usati presso i loro negozi ha uno sconto sui successivi acquisti. Gli abiti usati vengono poi lavati e rivenduti.