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22/07/2009

Transition Town, l’energia del cambiamento

Comunità che decidono di riconvertire le attività di produzione e di consumo verso forme sempre più indipendenti dai combustibili fossili. Sono le Transition Town, realtà sempre più ramificate sul globo - 185 tra province e paesi - che diffondono un movimento culturale fondato su concetti quali "resilienza" e "permacultura" e avente lo scopo di promuovere nuove pianificazioni energetiche e localizzazione delle risorse di base all'insegna del "meno petrolio". Riconfigurando i modelli attraverso i quali si produce e si consuma cibo ed energia, si fa turismo e ci si occupa della salute.
Bologna, 22 luglio 2009 - C’è qualcuno che, stanco delle solite vacanze al mare, sceglie in alternativa un viaggio culturale di transizione. Il “Transition Tour” - dell’associazione Transition Italia - porta per esempio alla scoperta della cittadina inglese di Totnes, dove si trova la prima comunità che ha deciso di riconvertire le attività di produzione, consumo e servizio verso forme più indipendenti dai combustibili fossili.

Il “movimento di Transizione” ha visto la luce nel 2003 grazie all’ esperimento scolastico realizzato da un gruppo di studenti irlandesi, che, sotto la guida del professor Rob Hopkins, esperto di permacultura e di bioedilizia, hanno realizzato il Piano d’Azione della Decrescita Energetica di Kinsale (cittadina irlandese in West Cork di circa settemila persone). La relazione prende in esame la maggior parte degli aspetti della vita in Kinsale, dal cibo all’energia, dal turismo alla salute. Totnes è tuttavia la prima Transition Town del Regno Unito, ispirata all’ingegno collettivo della comunità locale per costruire la resilienza, attraverso un processo di riorganizzazione di tutti gli aspetti della vita. Il progetto è iniziato a fine 2005 con un intenso programma di sensibilizzazione sui temi del picco del petrolio e del cambiamento climatico: dalle proiezioni di film alle presentazioni di esperti, dalle riunioni Open Space per l’alimentazione e l’energia al seminario “Aziende in transizione”, per valutare le opportunità di uno scenario più localizzato. Ma anche corsi di formazione, laboratori e progetti pilota, come quello della moneta locale (Totnes Pound, accettato da una settantina di esercizi), o gli archivi di storia orale, che raccolgono i racconti di persone che hanno vissuto quando tutti avevano uno stile di vita con minore energia. Il progetto Garden Swap mette poi in contatto la gente che non può occuparsi del proprio orto con chi pur non avendolo avrebbe il desiderio di coltivarne uno.

Iniziative che non nascono dal capriccio di pochi, ma dall’idea sempre più diffusa che sia necessario porre un freno a due dei problemi più grandi che affliggono l’umanità: il riscaldamento globale - causato in gran parte proprio dall’uso incontrollato dei combustibili fossili - e il picco del petrolio. Ma se il cambiamento climatico è un tema ormai ben documentato, seppur dibattuto, il secondo rimane ancora fuori dalla portata di molta gente. Il picco del petrolio non riguarda infatti “l’esaurimento del petrolio”, elemento del quale forse non saremo mai realmente a corto, ma piuttosto la fine del petrolio abbondante e a basso costo - come viene riportato nel “Documento introduttivo sulle iniziative di Transizione”.

La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza, ossia la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, che provengono dall’esterno, senza degenerare. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che permette di avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.

Ma se si chiude il rubinetto del carburante la nostra civiltà si paralizza. I progetti di Transizione mirano proprio a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso nuove pianificazioni energetiche e localizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali). E lo fa con proposte e progetti pratici che prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto solida tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.