Le orchidee possono fiorire nelle miniere?

I fiori crescono nei posti più inimmaginabili. Ma fino a qualche settimana fa era difficile pensare che germogliassero tra i rifiuti delle miniere abbandonate. Invece si. In Sardegna, nella cava dismessa di Barraxiutta (zona del Sulcius), è stata scoperta un’orchidea che colonizza questo ambiente totalmente sterile. Non solo: assorbe anche le sostanze inquinanti presenti nel terreno. Qui si sversavano infatti i fanghi derivanti dall’estrazione di zinco e piombo. Ci sono anche altri fiori che sembrano fatti apposta per le condizioni estreme: non a caso, da qualche anno negli interventi di risanamento su siti contaminati da rifiuti chimici o da idrocarburi si piantano vegetali che si nutrono di metalli pesanti e residui tossici. La maggior parte appartiene alla famiglia delle Brassicacee.

Partiamo dal Sulcis

Le orchidee del Sulcis sono circa un centinaio di esemplari. Appartengono a una sottospecie di Epipactis helleborine e crescono su 5.000 m2 di terreno sterile. Siamo nell’area dei cosiddetti fanghi di flottazione, dove confluivano i residui di zinco e piombo del complesso estrattivo sardo. «Si tratta di un terreno estremo per ogni forma di vita vegetale», spiega Pierluigi Cortis, botanico del dipartimento di scienze della vita e dell’ambiente dell’Università di Cagliari e coordinatore della ricerca. «La Epipactis hellebarine, molto diffusa nel Mediterraneo, fa parte delle 64 specie di orchidee spontanee della Sardegna e la sua presenza in questa zona è documentata anche nel periodo antecedente alla costruzione delle miniere. Dai primi risultati delle nostre ricerche è emerso che l’adattamento a queste condizioni proibitive potrebbe essere reso possibile dalla simbiosi dell’orchidea con un fungo presente nel suolo».

Lo studio ha permesso di capire come queste orchidee crescano in presenza di contaminanti, mentre le analisi chimiche di radice, fusto e foglie hanno dimostrato che sono anche in grado di accumulare tali contaminanti all’interno dei loro tessuti. Nel caso delle piante del Sulcis non è ancora chiaro se siano proprio i funghi, che si chiamano micorrize, a mitigare l’effetto tossico dei metalli presenti nel suolo e a rendere “digeribili” i metalli pesanti.

Di sicuro questa varietà di fiori, Come tutte le orchidee, non può germinare in assenza di micorrize ed è probabile che questi organismi microscopici si nascondessero tra i detriti inerti. I semi di questa specie sono pulverulenti, cioè vengono dispersi dal vento: con ogni probabilità hanno raggiunto la discarica dai boschi circostanti e hanno approfittato dell’assenza di competizione in questo ambiente inospitale per colonizzarlo», aggiunge Antonio De Agostini, dottorando dell’Università, di Cagliari che ha partecipato alla ricerca. «Di recente abbiamo studiato anche altre forme di vita vegetali presenti nell’area di Barraxiutta: poche specie di muschi e due esemplari di quercia. Questi però crescono nella zona della discarica dove si è sviluppato un suolo più maturo, più nutriente e con minore contaminazione». La ricerca sull’orchidea delle miniere, pubblicata di recente sulla rivista, Ecotoxicology and Environmental Safety, è stata realizzata in collaborazione con le Università di Milano Bicocca, Salerno, Varsavia e con il Dipartimento di scienze chimiche e geologiche dell’Università di Cagliari.

Niente mostruosità

Il fiore del Sulcis non ha sviluppato mostruosità, né anomalie: «Stiamo studiando gli effetti dello stress provocato sulla pianta dai contaminanti nel suolo», conclude Cortis. «Dal confronto con le stesse orchidee, presenti in aree naturali, è emersa una leggera riduzione (circa il 10 per cento) delle dimensioni nei fiori radicati sui fanghi di flottazione ed è stata misurata, una contrazione minima dell’efficienza fotosintetica. Potrebbe essere dovuta alla maggiore esposizione al sole rispetto all’habitat di sottobosco caratteristico di questa specie o alla tossicità dei contaminanti».

Bonificare con le piante

Rimangono ancora sconosciuti i meccanismi attraverso i quali viene effettuata l’azione detossificante e non è ancora chiaro se queste orchidee possano essere sfruttate appositamente per assorbire gli inquinanti di un terreno. Non sarebbe la prima volta che i fiori vengono coinvolti in bonifiche “naturali” di siti contaminati. In termini tecnici, si chiama fitorisanamento e ha due obiettivi: ripulire un suolo dagli inquinanti intrappolati nel terreno e ripristinarne la fertilità. «Queste biotecnologie usano le capacità delle piante di accumulare i contaminanti nei propri organi o di degradare i composti organici inquinanti a livello delle radici», precisa Francesco Guarino, ricercatore dell’Università di Salerno. «L’orchidea del Sulcis non è la più adatta a interventi di fitorisanamento perché uno dei caratteri fondamentali delle specie vegetali che si utilizzano in questi interventi è la produzione abbondante di biomassa. L’Epipactis helleborine non supera i sessanta centimetri di altezza ed è quindi troppo piccola per dare un contributo significativo in un’opera di botanica.

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